LA GRANDE RAPINA FISCALE AI DANNI DELLA LOMBARDIA

da MARCO BASSANI
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RAPINA FISCALE

A proposito di rapina fiscale questo è un articolo che apparve esattamente tre anni fa su “L’Intraprendente” che non ha mutato di una virgola la propria validità. Anzi

La situazione di schiavi fiscali dei lombardi è ormai acclarata, nessuno la nega, pochi se ne lagnano, ma produce una tale perdita in termini di libertà che forse vale la pena di sviluppare qualche riflessione. Se l’aspetto economico appare il più concreto, immediato e percepibile da chiunque, il “residuo fiscale”, ossia quella quota di risorse già sottratte ai privati e che varca i confini del territorio regionale, comporta l’eclissi pressoché totale della libertà anche su altri versanti. L’odierno cittadino misura il proprio grado di libertà su tre versanti: economico, politico e civile. Si tratta di una distinzione grossolana e poco “scientifica”, ma fingiamo che una tripartizione del genere possa reggere. L’Istituto Bruno Leoni da svariati anni pubblica, in collaborazione con la Heritage Foundation di Washington, un indice della libertà economica che ci colloca stabilmente oltre l’ottantesimo posto al mondo. Abbiamo un indice di libertà economica superiore solo a quella della Grecia.

Immaginiamo però di voler costruire un indice della libertà politica. All’interno di una comunità è del tutto legittimo avere visioni differenti sui livelli adeguati di tassazione e spesa pubblica. In breve, sui compiti del governo. Anche in Lombardia i cittadini avranno idee diverse sulle priorità di finanziamento: alcuni vorrebbero autostrade, altri riterranno che i soldi delle tasse debbano essere utilizzati per la cosiddetta “spesa sociale”, altri ancora saranno convinti che legge e ordine debbano essere l’unica preoccupazione del governo. Solitamente si va alle elezioni proprio per risolvere dilemmi di questo tipo. La vittoria di uno schieramento determina il livello di spesa pubblica per gli anni a venire. La spesa si calcola in rapporto al Pil. Immaginiamo, per semplificare, che una spesa del 30% indichi la vittoria di uno schieramento liberale classico e favorevole al mercato, mentre una spesa del 50% indichi che una coalizione variamente innervata di socialismo ha prevalso.

Ora, il massimo indice di libertà politica per un cittadino sarebbe quello di avere due gruppi contrapposti che propongono e sono in grado di realizzare un programma che conduca ad uno di questi due poli (30 ovvero 50 percento del Pil di spesa pubblica). La Lombardia spende (oggi come l’altro ieri, come domani) circa il 40% di Pil, una cifra che sta a metà delle due estreme indicate, ma che la colloca al primo posto fra le regioni d’Italia (ultima è la Calabria che ha una spesa pubblica del 78% rispetto al Pil). I lombardi però non hanno nessun meccanismo elettorale capace di mutare sostanzialmente questo rapporto. Quando si recano alle urne per eleggere un parlamento (questa volta sia regionale sia nazionale) credono di votare secondo le loro opinioni politiche (in una fantasiosa battaglia fra equità, solidarietà vs. rigore, crescita economica), ma nessun loro voto sposterà di un centesimo quella sorta di “sezione aurea” dal 40%. Una volta al potere (nazionale o regionale) i liberali non possono abbassare la spesa e i socialisti non possono incrementarla. Coloro i quali hanno promesso attenzione al sociale in campagna elettorale si troveranno avvinti alle stesse catene che avrebbero bloccato quelli che promettevano più libertà esviluppo economico. Se dovessimo costruire un indice di libertà politica, allora questo risulterebbe uguale a zero. In Lombardia non si può abbassare di un euro, né aumentare di un euro la spesa pubblica. Il combinato disposto dei due vincoli che gravano come macigni sui lombardi (manteneredebito pubblico e finanziare consumi e rendite nel Mezzogiorno) produce una spesa sul territoriosempre uguale e una rapina fiscale variabile, ma tendenzialmente crescente. Si tratta di una cifra che si aggira sui 500 miliardi di euro negli ultimi 10 anni.

Il fatto è che ciò che viene estratto dal lavoro dei lombardi non è il 40%, quella è semplicemente la cifra in servizi pubblici che viene riversata da Roma sul territorio. In realtà, una quota che va dal 55 al 60 percento di quanto viene prodotto in Lombardia finisce nelle casse dello Stato: la spesa pubblica da noi non ha alcun rapporto con la tassazione. Ed è questo che azzera la libertà politica dei lombardi. Veniamo sempre tassati come se avessero stravinto i socialisti e abbiamo una spesa pubblica vicina a quella risultante invece da una vittoria dei liberali. Il danaro già “tassato” che scompare dalla regione è l’arcano che spiega come mai il sistema è ormai talmente ossificato da riprodurre costantemente lo stesso risultato. Come una sorta di plusvalore, questo “residuo fiscale”, estratto dalla ricchezza prodotta dai lavoratori lombardi è per molti cittadini invisibile, in quanto nascosto nelle pieghe di uno Stato la cui funzione primaria è proprio quella di occultare i conti pubblici.

La mancata contestazione della rapina fiscale da parte dei lombardi non è ovviamente estranea alla cifra globale che sparisce ogni anno dalle loro tasche. L’unico vero limite alla tassazione prima della distruzione finale degli apparati produttivi, verso la quale ci stiamo muovendo con celerità, è proprio lo spirito di resistenza ai governi. Questa non è solo da noi carente per motivi culturali, ma è anche una merce irreperibile nel panorama dell’offerta politica odierna. Purtroppo sarebbe l’unica cosa in grado di mutare lo stato di cose esistenti e salvarci da una disfatta economica che i lombardi hanno ormai accettato, ma che invece è tutt’altro che ineluttabile.